Prima parte della storia dell’agriturismo piacentino

La vera storia dell’Agriturismo Da Schiavi

– parte prima –

Era una torrida sera di fine Giugno 2009.

L’afa era opprimente persino a 642 metri di altitudine, l’aria greve, immobile, quasi in attesa di chissà cosa. Bruno Schiavi, la camicia umida incollata alla schiena, stava scendendo stancamente dalla stalla lungo la carrareccia ciottolosa, mentre si faceva buio e il verde scolorava al grigio. Le bestie avevano mangiato e ancora stavano muggendo il loro saluto riconoscente.

SuoTramonto attorno all'agriturismo fratello Luigi, le braccia conserte sotto il ciliegio bianco – la Bianchera – di fianco alla legnaia già stipata per l’inverno, guardava come ogni sera il tramonto accendere di rosso il cielo e le luci della città lontana tremolare avvolte nella cappa di calore piacentina. Da una vita ama osservare l’alba incandescente ad est levarsi sopra il monte Moria e il tramonto infuocato a ovest spegnersi dietro i colli di Rossoreggio. La fortunata posizione della casetta comprata e ristrutturata dai genitori e in cui finalmente avevano deciso di trasferirsi, sospesa in località Bozzini di Groppovisdomo sul crinale tra l’alta Val Chero e la Val Riglio, gli aveva permesso di trasfigurare in un lusso concesso a pochi una necessità comune a molti di coloro che amano la terra, le sue tradizioni, la sua storia, e che ad essa hanno deciso di dedicare la vita. In piedi ben prima del sole e a letto ben dopo che si corichi… Luigi aveva un sorriso tirato impresso sul volto, quando Bruno lo raggiunse in silenzio.

I genitori erano emigrati in Francia per tentare la fortuna, ben prima della loro nascita. E, incredibile a dirsi, ben prima anche di conoscersi. Lui piastrellista, lei ragazza alla pari si erano incontrati e innamorati a Parigi, scoprendo di avere luoghi e storie comuni, così lontani e così vicine. Si erano sposati, avevano messo su casa, avevano avuto loro due. Per poi tornare, dopo la guerra e dopo averlo desiderato tutta la vita… Scelta comune a molti della zona quella di trasferirsi oltralpe, in quegli anni difficili. foto luigi padre agriturismoQuando ancora adolescenti, Bruno e Luigi erano arrivati in treno dalla Francia con mamma Cesarina e papà Antonio e per la prima volta avevano conosciuto la patria italiana, la terra emiliana, la campagna piacentina, le colline attorno a Gropparello e i campi digradanti fino al torrente Chero, dapprima soltanto immaginati, presentiti dai racconti pieni di malinconica nostalgia dei genitori, capirono subito che non ne avrebbero più saputo fare a meno. C’hanno testardamente provato, per necessità o per avventura, da soli – ognuno per la sua strada – e assieme – almeno assieme – ma sempre, sempre, sono tornati. A rinsaldare il legame che la famiglia Schiavi ha da innumerevoli generazioni con la propria terra, con la Val Chero, con Groppovisdomo e la sua campagna. Come legati, avvinghiati, da radici di storia, cultura e natura. Amorevoli, ma tenaci.

Chissà se i loro pensieri erano così chiari e definiti, o piuttosto si addensavano in un miscuglio indistinto di emozioni che si faceva groppo in gola, ma non importa: il frinire dei grilli era sufficiente a colmare la misura, ancora una volta. Mentre qualche lucciola tardiva, si accendeva ritmicamente nei campi lì sotto. Sarebbe stato tutto perfetto come sempre, come ogni sera di Giugno, di ogni anno da chissà quanti anni a quella parte. E, nel contempo, dolcemente amaro come se fosse l’ultima volta, come sempre si teme di fronte al perpetuo, quotidiano rinnovarsi delle meraviglie della natura. Se non fosse stato che…

«Brav’uomini, scusate l’ora tarda in cui v’importuno…»

Al contempo i due fratelli si voltarono. Su dalla strada, dal paese, questo strano personaggio anacronistico doveva essere venuto in silenzio, camminando… E chissà fin da dove proveniva, da quanto apparve loro debole e affamato nella personcina minuscola. Sembrò loro una comparsa sputata improvvisamente fuori da una rappresentazione in costume medievale, con tanto di sandali di cuoio consumati, nodoso bastone, tabarro logoro e mantellina marrone sulle spalle, bisaccia a tracolla e conchiglia fissata a mo’ di collana. Un pellegrino.

«Sapreste di grazia indicarmi un ostello, o una locanda nelle vicinanze?»

Aveva pelle bianca, fin quasi trasparente, lineamenti sottili, mani piccole ed eleganti che si appoggiavano al solido bordone da passeggio sul quale era attorcigliato un semplice rosario intagliato nel legno, fini capelli biondi e arricciati che facevano capolino dalle larghe falde del cappello, occhi dolci e lontanamente pensosi, come fiammelle tenui sulla piccola testa regolare. Pareva nello stesso tempo giovane e senza età. I due restarono tanto interdetti all’improbabile apparizione che nemmeno fecero caso al festoso bastardino che gli scodinzolava tra i piedi.

«Sapete», continuò lui, per nulla a disagio. «Ero sicuro che qui vicino ci fosse un’osteria. Un tozzo di pane e un cantuccio per riposare, magari vicino al fuoco, fino a domattina e poi via, di nuovo sulla strada. Mi sapreste cortesemente aiutare?»

Era senz’altro un soggetto quantomeno originale e nessuno dei due, per quanto d’indole loquace ed ospitale, seppe ancora proferire parola.

«Sono già passato di qui, tanto tempo fa…», subito s’interruppe pensoso. «Adesso che ci rifletto bene… amo passare di qua. Mi sembra di rimembrare che la prima volta era inverno. Il vento sibilava crudele, sollevando mulinelli di neve ghiacciata e sferzante. Ben peggio di adesso, insomma. Camminare era una tortura, credetemi… Arrivai qui, confidando nel Signore. Se c’arriva la peste posso e devo anch’io, mi ripetevo. Ora ricordo che proprio lì, nei turbini di neve accecante, intravidi un lume…» e indicò i ruderi di una costruzione diroccata che resistevano, parte integrante della proprietà, accanto alla casetta dei due fratelli, da quando avevano memoria.

«Ma il sacello non c’era allora, no… Ne sono certo

il sacello di S. RoccoAnche quello i due fratelli sapevano esistere da quando avevano memoria. Anzi, un paio di volte – negli anni – avevano fin aiutato il padre a dargli una sistemata, con la collaborazione dei compaesani di Groppovisdomo, una volta, con i soldi inviati da una miracolata superstite di un naufragio sulle coste americane una seconda. E poi l’avevano ripiastrellato. E imbiancato… A dir la verità da sempre si prendevano la briga di dargli una pulita e cambiare l’acqua ai fiori…

Che oltre che originale, il pellegrino fosse anche un po’ svitato?

Dopo un minuto immerso nei ricordi, questi riprese:

«Una volta, invece, ho trovato con amarezza tutto chiuso e abbandonato. Così mi sono riparato dal vento gelido dell’autunno nel santuario. La mattina dopo mi ha svegliato un caro vecchietto devoto di S. Rocco e abbiamo recitato assieme il rosario prima ch’io riprendessi la via. Pensate che aveva lavorato qualche anno nell’osteria prima che chiudesse i battenti».

Ora li guardava di sottecchi, quasi a studiarne le reazioni. Ma uno sguardo d’intesa tra i due condivise silenzioso un’opinione ben chiara circa lo stato di salute mentale del pellegrino: ora il mistadello miracolosamente era riapparso.

Con studiata noncuranza il viandante allora proseguì:

«Ricordo persino che una volta arrivai, ed era un Anno Santo. Ero solo, ma la sera mi infervorai talmente tanto predicando l’amore di Dio agli avventori davanti al camino che la mattina dopo ripartimmo in una dozzina. Fu un Giubileo unico: per grazia del pontefice, in San Pietro potemmo contemplare – meraviglia delle meraviglie – il Baldacchino sull’altare della Confessione prendere forma dalle mani del divino maestro Bernini.»

Un sospiro estasiato lo interruppe per un istante. Bruno e Luigi, dal canto loro, a interromperlo non ci pensavano più nemmeno.

«Peccato la locanda sia ora in codesto stato di abbandono, convenite? Nessun ricovero dunque, qui, per offrire riparo a un pellegrino stanco nel suo cammino di fede, per ristorare un affamato avventore di passaggio, o per dissetare due amici che tornano dal duro lavoro dei campi la sera? Nulla che possa ospitare le famiglie festanti nei giorni del Signore, rifocillare i fedeli che sostano a impetrare grazia da S. Rocco, o richiamare le genti ad ammirare queste valli, meraviglie di Nostro Signore?», chiosò retoricamente, mentre con un ampio gesto abbracciava l’ormai buia campagna circostante.

«Amici miei, spererei un giorno, ripassando di qua, di ritrovarla rinnovata e aperta, quell’osteria a me così cara, con un allegro fuoco scoppiettante e gente serena che trascorre in carità e comunione il tempo…», i suoi occhi sembrarono brillare ardenti, ispirati.

«Cosa ne dite, miei cari fratelli? Esaudirete il mio pio desiderio, di buona lena e senza timore?», inclinò la testa di lato, guardandoli con un sorriso dolce come il miele e cristallino come l’acqua della fontana di Mistà.

«Rimembrate: i progetti dei puri di cuore hanno sempre successo perché nostro Signore Gesù Cristo li custodisce nel suo sacro cuore, da prima dei tempi. Mi raccomando». Scandì queste ultime parole con un tono particolare, fissandoli dritto negli occhi.

E, ancora una volta senza attendere risposta alcuna, tracciò un segno della croce a mezz’aria e mormorò una preghiera sottovoce, poi s’inchinò loro con grazia e riprese il suo cammino solitario, allontanandosi con passo lento e regolare, leggermente curvo sotto mantello e sanrocchino. Fino a sparire, lui e il cagnolino, inghiottiti dalle tenebre ormai fitte. O appena prima di essere inghiottiti dall’oscurità, per un istante sembrò ai due, ancora bloccati e incapaci di reagire.

Solo allora, quasi contemporaneamente, si chiesero come facesse a non avere caldo, imbacuccato così. Sicuramente non l’unica, poteva ben esser la prima domanda da porsi.

– FINE PARTE PRIMA –

Vai alla seconda parte.

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