Seconda parte della storia dell’agriturismo piacentino

La vera storia dell’Agriturismo Da Schiavi

– parte seconda –

«Sai, Luigi…», la sera dopo Bruno era perplesso e distratto, davanti ai resti della magra cena contadina. «Per sfizio ho dato un’occhiata ai documenti di papà. Ho trovato il rogito della casa in un cassetto del secrétaire», perfetto l’accento francese, «di sopra».

«E?», Luigi ci aveva pensato fin dalla mattina, ma non era certo di voler avere delle risposte.

«Beh, sapevi che la proprietà era degli Schiavi, qui, di Bozzini di Sotto? Sicuramente non sono parenti, se non alla stra-lontanissima… Papà ce lo avrebbe detto. Giuseppe Schiavi è stato il venditore. Ricordi quell’arzillo vecchietto che veniva sempre a pregare al mistadello? Beh, a parte questo, sai le rovine, qui dietro? Me lo sono imparato a memoria, a furia di rileggerlo… Oggetto della presente vendita è anche il distinto corpo di fabbrica, allo stato attuale di rudere…» e qui Bruno fece un’involontaria pausa scenica.

«… corrispondente all’ex trattoria ‘Da Schiavi’. Ne avevi idea?»

No che Luigi non ne aveva idea. E la cosa un po’ lo disturbava. Più facile derubricare l’episodio della sera prima ad un incontro con uno stravagante. Così le cose si complicavano, però: le certezze facili cominciavano a scricchiolare come le assi prima di schiantarsi, a sfaldarsi come i ceppi da un po’ nel camino a bruciare.

* * *

A Bozzini di Sotto, vivono degli Schiavi. Quasi dei vicini. Altri Schiavi da quel che risultava a Bruno. Ma vai a sapere, poi, gli incroci e i miscugli di sangue in generazioni e generazioni di convivenza più o meno ravvicinata… Groppovisdomo è degli Schiavi, dei Croci, dei Carini e dei Binelli; i Dordoni e gli Albertelli sono di Castellana e a Obolo trovi i Belveri e i Marchesini: un tempo bastava dire il cognome e già inquadravano il tuo paese di provenienza con un’accuratezza infallibile. Ora è più complicato: ci si muove, ci si conosce, ci si sposa. E mica solo tra paesi vicini… Ad ogni modo a Bozzini di Sotto, vivono degli Schiavi. Bruno lo sapeva da sempre: strano che con loro non fosse mai saltato fuori l’argomento “osteria” prima… Mentre ci pensava su, stava proprio passando con il trattore davanti alla loro villa. Decise di fermarsi e scendere a fare due chiacchiere. Fu un istinto tanto improvviso quanto irrefrenabile. Più tardi durante il pomeriggio canicolare, quando incrociò il fratello che tornava fisicamente disfatto e tutto imbrattato dal parto di un vitellino e glielo raccontò, nemmeno lui sapeva spiegargli bene il perché. Ma sorvolò con una pausa silenziosa di quelle che i due fratelli ormai sapevano interpretare bene e rispettare ancor meglio, tra di loro.

C’era Giancarlo che stava giusto parcheggiando la vecchia Citroën nel cortile. Giancarlo è il nipote di Giuseppe, colui che a suo tempo firmò l’atto di vendita.

«Ma pensa, Bruno… Zio Luigi me l’aveva predetto, tra il serio e il faceto, che un giorno ti saresti presentato qui con domande simili… Mi sembra incredibile! Allora l’avevo presa come una delle sue fandonie… Sarà contento di vederti». *

«Cosa intendi?», l’ennesima sorpresa a sbarrare gli occhi e corrugare la fronte.

«Sai, nonno raccontava sempre dell’osteria. Anch’io ricordo qualcosa di quel che diceva, ma piuttosto confusamente. Zio Luigi, invece… Secondo nonno a inizio secolo, ancora, c’era un bel traffico perché si fermavano a mangiare i carrettieri con la legna, provenienti da S. Franca», un gesto vago con la mano verso sud. Giancarlo, frattanto, era entrato in casa e, senza cerimonie, aveva fatto accomodare Bruno nell’ampio soggiorno. C’era anche il vecchio Luigi, sprofondato in una poltrona accanto al camino spento e Bruno lo salutò silenziosamente con un cenno del capo. Luigi è l’ottuagenario zio di Giancarlo per parte di padre, figlio di Giuseppe. Evidentemente doveva aver sentito le ultime parole del nipote.

«I carrettieri da S. Franca, eh? La vecchia osteria dove ha lavorato papà…», lo sguardo un po’ assente, mormorò come tra sé e sé «Era ora, Bruno…», senza nemmeno sollevare gli occhi dalle ceneri grigie delle braci. *

«Ora di che?!», scosse la testa l’ospite.

«Poi, ovviamente pian piano gli affari sono calati…» riprese Giancarlo senza attendere la risposta dello zio. «Prima che il mio bis-nonno avesse deciso di gettare la spugna, nonno aveva fatto a tempo a lavorarci sì e no un paio d’anni, da giovane. Ma li ricordava con grande affetto. Specie negli ultimi tempi, quando era meno lucido… Il tempo cambia le cose e le persone, eh, Bruno?»

«Ma di che cianci, poi?» intervenne allora Luigi, spazientito. «Vieni qua, Bruno: non dargli retta! Te la racconto io la storia, come si deve… Dagli qualcosa da bere, Giancarlo: sta’ mica lì, impalato come uno stoccafisso!»

Con un cenno di diniego Bruno declinó l’offerta e venne a sedersi educatamente vicino al vecchio, trascinandosi dietro una sedia. La cosa gli ricordava un po’ troppo le confessioni col prete, da ragazzo, ma tant’é: a questo punto voleva arrivarci a fondo.
«Devi sapere che un giorno papà m’ha preso da parte. M’ha raccomandato di non dir niente a nessuno e m’ha chiesto se vi avevo ben presenti, te e tuo fratello Luigi. M’ha fatto giurare poi di non dir nulla soprattutto a voi due, almeno finché non eravate voi a chiedere. Nessuno finora m’ha mai domandato nulla e quasi quasi mi dimenticavo tutta la questione, ma ho una memoria di ferro, io! Ed eccoti qua. Papà era sicurissimo che prima o poi sareste venuti a bussare alla nostra porta chiedendo della vecchia osteria», Luigi sembrava perdersi nei ricordi e dava l’impressione di non aver intenzione di aggiungere altro.
«Già, sì… Beh, eccomi qui… E quindi?» cercò di smuoverlo Bruno, dopo un lungo minuto di silenzio.

«”Quando succederà, dovrai dar loro una cosa…” mi ha raccomandato. E io l’ho conservata tutti questi anni…», così dicendo, con fatica Luigi si sollevò dalla poltrona, assai lentamente aprì un cassetto di un mobiletto lì accanto e porse con studiata teatralità una busta ingiallita a Bruno.

«E, beh, Bruno, l’ho aperta, però, veh! Ero troppo curioso. Ma chissà che mi aspettavo poi…».
In effetti la busta era sfrangiata da un lato: a Bruno parve pesare mezza tonnellata. Con gesti meccanici estrasse due fogli incartapecoriti e piegati in tre.

Sul primo, nel mezzo, con calligrafia malsicura era semplicemente scritto in lettere maiuscole: «SONO SICURO SERVE PIÙ A VOI CHE A ME, ORA CHE SAPETE COSA FARCI!».

Il secondo era un vecchio documento datato 17 giugno 1874, timbrato e firmato con parecchi svolazzi dal tale Prefetto del Circondario G. Ferrari. licenza comunale ristoranteSi trattava della licenza comunale per l’attività di vendita di tabacchi e alcolici per l’Osteria Da Schiavi.

«Uh!» come un pugile colpito duro, fu l’unica reazione di Bruno. «E… che mi dite del sacello di S. Rocco, invece?», Bruno ripiegò con cura i documenti, la voce fremente, ora.

«Il mistadell?», si vedeva che Luigi era deluso, fin contrariato, dalla laconica reazione. Giancarlo se ne stava in disparte, silenzioso.

«Beh, che c’è da dire? Papá, buonanima, era molto devoto di S. Rocco.»

«Eh, immagino…» fu costretto a riconoscere Bruno, voltandosi con sguardo interrogativo verso Giancarlo. Questi giunse prontamente in soccorso:

«Ricordo che nonno mi disse che il mistadello era stato costruito parecchio tempo fa, perché i Bozzini erano stati inspiegabilmente risparmiati dall’ondata di peste del 1600. Si narrava addirittura di fugaci apparizioni miracolose di S. Rocco, come ritornasse dopo secoli a proteggerci ancora, accompagnato dal suo cagnolino… Nonno ci credeva ciecamente» raccontò Giancarlo. «A dire il vero era convinto di averlo incontrato pure lui…», accompagnò l’ultima frase picchiettandosi il dito indice sulla tempia.

«Scempiaggini! Sciocchezze! Ma che ne sai, poi, tu?!» lo rampognò subito duramente il vecchio.

Bruno, risalendo sul trattore, la busta nella tasca dei jeans consunti, rabbrividiva ancora al solo pensiero di quanto il gesto di Giancarlo potesse pienamente riferirsi a lui e a suo fratello.


* Sia Giancarlo, sia – a maggior ragione – Luigi parlano quasi esclusivamente in dialetto. Tanto più con Bruno, un compaesano, mai ricorrerebbero all’italiano che pur conoscono. Per comodità di lettura, abbiamo ritenuto opportuno tradurre comunque le loro parole in italiano corrente.

* * *

L’indomani, domenica, Luigi approfittò di un giro in paese, giù a Gropparello, per andare a trovare un vecchio amico, appassionato di storia locale, impiegato nell’Archivio di Stato di Piacenza.

«Beh, posso dare un’occhiata e vedere se trovo qualcosa, se è così importante per te, ma non farci troppo affidamento…» accondiscese quello davanti a un caffè al Bar Italia in piazza, più per il tono accorato della richiesta che per effettiva convinzione.

Luigi non disse nulla al fratello. In effetti nemmeno Bruno chiese nulla a Luigi. Anzi, a dire il vero non parlarono per niente delle recenti scoperte. Per quello e per i giorni che seguirono. Quasi non fosse accaduto lo strano incontro di quella sera e tutto quel che ne era seguito. Quasi parlarne li realizzasse per davvero. Esorcizzavano il tutto così, comprese le vacillanti conseguenze, tenendoselo ognuno dentro.

Ma dopo una settimana neanche, ecco che l’amico chiamò sul cellulare. Con un sospiro Luigi rispose.

«Luigi? Ciao, sono Piero.»

«Ciao Piero», con quella erre moscia che nessuno dei due fratelli è mai riuscito a scrollarsi di dosso, ma che in Luigi è quasi un tratto distintivo.

«Sai quella cosa che mi chiedevi circa i ruderi, lì ai Bozzini? Beh, ho trovato qualcosa, effettivamente. Ed è più di quello che potevi sperare, credimi…»

«Davvero, Piero? Dimmi, dimmi…» con un filo d’apprensione nella voce.

«Sai cosa sono gli Estimi civili farnesianiEstimi civili farnesiani

«Per la verità non ne ho la benché minima idea!»

«Fa’ conto come un censimento precisissimo, ma di secoli fa. Allora servivano per determinare le tasse, le esenzioni e così via… Devi sapere che gli estimi s’inseriscono nella riforma fiscale voluta da Pier Luigi Farnese. Nel 1546, e cioè un solo anno dopo il suo insediamento nel Ducato di Parma e Piacenza, ducato creato per lui dal padre, padre che – è opportuno precisarlo – era il cardinale Alessandro Farnese e futuro papa Paolo III… Pier Luigi, insomma, aveva cercato con questo mezzo pionieristico di superare l’ormai vecchio sistema fiscale visconteo basato ancora su…»

«Piero, per carità, vieni al punto!» lo interruppe Luigi, prima che la locomotiva prendesse troppo abbrivio.

«Ok, ok… Beh, stralci – diciamo così – di questi estimi sono restati fino ai giorni nostri e li conserviamo noi, in archivio. Ebbene, avevo un pomeriggio tranquillo e…»

Piero aveva sovente pomeriggi tranquilli al lavoro.

«Mi son preso la briga di darci un’occhiata. Tieni a mente questi anni: 1559, 1578, 1596, 1647 e 1758. Sono gli anni degli Estimi. Bada bene che ci passan due secoli, dal primo all’ultimo…».

«E quindi?»

«Beh, Luigi, è straordinario, quasi incredibile… ma a Groppovisdomo risulta una locanda della famiglia Schiavi nell’estimo del 1559. E così nel 1578: presumibilmente il padrone era lo stesso Schiavi del ’59. E metti pure che il figlio gestisca la locanda nel 1596. Ma esiste una Locanda degli Schiavi anche nel 1647. E persino nel 1758!»

Silenzio.

«Ovviamente erano anche allora padroni degli Schiavi.»

Non fu l’ossimoro involontario a zittire ancora Luigi. «Insomma sembrerebbe quasi che l’osteria “Da Schiavi” esista da sempre, lì a Groppo…» Infatti. «Luigi? Luigi! Ci sei? Tutto bene?»

* * *

Nel giro di tre mesi partirono i lavori di ristrutturazione. affresco di S. Rocco secondo l'iconografia classica

L’artista locale, incaricato di eseguire l’affresco di S. Rocco che campeggia sulla facciata per espresso desiderio dei proprietari, era restato impressionato da quanto i due fratelli avessero le idee chiare in merito. Alle volte gli sembrava di intercettare persino sussurri surreali tra i due, sulla scelta di alcuni particolari del tutto insignificanti.

«Ma il mantello non era di un marrone diverso, Bruno?»

«Ok il fisico minuto, ma l’espressione più intensa, più charmante, più disarmante… Non trovi, Luigi?»

Quando addirittura ad apostrofarlo non sono aperte critiche al suo operato, o precise e stringenti prescrizioni, in stile committenza papale.

«Mi raccomando: il bastardino fedele e dal musetto simpatico! Ma lo sai o no, perché li chiamano Roquet? E perché secondo te on dit: c’est saint Roch et son chien

«Il cordone francescano n’a rien à voir… Levalo!»

Inizialmente li ha esauditi, poi ha deciso di rinunciare. Anzi di rifiutarsi. C’era tutta un’iconografia ben precisa da cui attingere su S. Rocco.

Cosa volevano saperne questi qua?

Neanche fossero stati testimoni di un’apparizione miracolosa…

– FINE –

Torna alla prima parte.

Una risposta a Seconda parte della storia dell’agriturismo piacentino

  1. Gino ha detto:

    Veramente una bella storia, in quanto a locale storico c’è proprio tanto da raccontare…. E complimenti anche per il blog, quasi un unicum nel panorama piacentino. A parte il Vostro, secondo quanto ne so io, soltanto l’agriturismo Podere Casale di Vicobarone tiene un blog aggiornato con regolarità. Speriamo che nel futuro altri seguano il Vostro bel esempio.
    Ciao

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